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giovedì 30 marzo 2017

Elle e la violazione del corpo secondo Paul Verhoeven

recensione di Gianni Vittorio


Dopo una lunga pausa di circa 10 anni torna dietro la cinepresa Paul Verhoeven, e lo fa con un thriller magistrale.
Figlia di un serial killer che è in prigione da anni, e che lei non vede da altrettanti, Michèle è diventata una donna ricca e di successo, gestisce una software house di videogiochi, e reagisce allo stupro che apre il film nella maniera più imprevedibile possibile: ignorandolo, andando avanti come niente fosse, ma al tempo stesso, con la duplicità e l'ambiguità che ammanta tutto il film, cercando di scoprire chi sia che ha violato il suo corpo.
Formidabile Isabelle Huppert con i suoi tic e la sua ambiguità di fondo, l'attrice francese riesce a ritagliarsi uno dei personaggi più complessi della sua carriera.
Dark, divertente, scomodo, ironico, appassionante e teso, Elle è il cinema di cui oggi abbiamo più bisogno. Libero, in maniera totale e totalizzante, di sovvertire i generi.
In una sola parola: anarchico





lunedì 27 marzo 2017

La vita aliena di Life – non oltrepassare il limite (di Daniel Espinosa)


Uscito dal 23 Marzo Life il nuovo film fantascientifico del regista Daniel Espinosa.
Un gruppo di scienziati, in missione su Marte deve recuperare frammenti di vita dal pianeta rosso. Ma durante le ricerche scoprono che il campione di cellula aliena che hanno prelevato non è altro che una specie di ‘’nuovo Alien’’ che, forse per poter sopravvivere lui stesso, deve uccidere ogni corpo umano che si trova di fronte.
Al di là della trama quello che affascina qui è la costruzione del film. La parte iniziale, con un bel piano sequenza ci fa entrare nella nave spaziale, ricordandoci Gravity di Cuaron, ma poi la storia si sviluppa diversamente, con molta più azione, iniziando uno scontro tra predatore e prede.
Infatti il primo contatto
tra la forma di vita e gli umani, solo fintamente rassicurante, porta in sè una forma di terrore e di attesa per lo scatenarsi dell’inferno, con un finale a sorpresa che sembra fare lo sberleffo allo spettatore.
In conclusione ne viene fuori un B-movie poco originale nelle idee, ma molto ben realizzato tecnicamente(ottima anche la fotografia),che rivisita in chiave moderna il classico  ’’Alien ‘’ di Ridley Scott.

Gianni Vittorio





giovedì 16 marzo 2017

Logan: il film più umano e doloroso della saga X-Men

Difficile dire se “Logan” sia il film più bello tra quelli che la Marvel ha tratto dall’omonima collane di fumetti. Di certo possiamo dire che il terzo spin off degli X-Men dedicato all’eroe più tormentato e solitario del pianeta è di quelli destinati a lasciare il segno. A farcelo dire sono fattori che riguardano tanto la scelta dei contenuti che il modo di metterli in scena. Più che in precedenti avventure dell’universo Marvel i segni dominanti sono in questo caso un senso di realtà e una cognizione del dolore espressi come mai ci era capitato di vedere in queste latitudini. A giustificarli lo stato di prostrazione in cui versa l’esistenza dei personaggi, non solo quello di Logan, malandato e con il fattore rigenerante funzionante solo a metà ma anche del professor Xavier, vecchio e psichicamente instabile, e poi il fatto che la maggior parte dei mutanti – quindi anche quelli che abbiamo conosciuto nella saga cinematografica a essi dedicata – sono stati inavvertitamente uccisi dal loro stesso mentore. Ma non basta perché il film, interiorizzando lo stato d’animo del protagonista attraverso la scelta di un ambientazione spoglia e selvaggia e di una fotografia giocata sul contrasto tra eccessi e sottrazione di colore sembra continuamente combattuto tra un desiderio di cupio dissolvi, coincidente con la decisione di Logan e del professor Xavier di vivere segregati in una terra di nessuno e un’improvvisa voglia di fare (e di uccidere) che coincide con la decisione del protagonista di aiutare la piccola Laura a sfuggire dalla grinfie di un gruppo di assassini mercenari. 


Ciò che ne viene fuori è un film anomalo e dolente, quasi rassegnato nella consapevolezza di non poter fare breccia su quella fetta di appassionati che da un blockbuster pretende spettacoli  tecnologici e sfarzosi. Non che “Logan” sia esente da tutto questo perché tra fughe, imboscate e rese dei conti anche Mangold conosce il modo per guadagnarsi la patente di regista di techno movie. Ma qui ancora una volta e forse ancora per poco visto i tempi che corrono, è il fattore umano a farla da padrona soprattutto  nell’interpretazione di Hugh Jackman che regala al suo personaggio abissi di drammaticità shakesperiana oltre a una fisicità da “ultima stazione”.